La Storia di  

VILLA L’ARRIGO

 

1907 G. Carocci - L’Arrigo o ai Doffi - Villa Arrighi - Dall’antica ed illustre famiglia Arrighi, che lo possiede da vari secoli, ebbe nome questo grandioso palazzo di campagna che sorge alla pendice dei poggi di Casignano e di Mosciano, in mezzo a campagne ricche di vigne e d’oliveti. Chi lo edificasse non sappiamo; ma nel 1427 era proprietà di un Tommaso di Tommaso caciajuolo, la figlia del quale, Maria Maddalena, lo portò in dote al marito Bartolommeo di Bernardo Doffi. I Doffi, famiglia cospicua che aveva le sue case in piazza di S. Croce, ampliò la villa alla quale rimase per vario tempo il nomignolo I Doffi. Nel 1565 Alessandro di Tommaso Doffi, prendendo i voti nel monastero di S. Giovanni dei Frieri (S. Giovanni dei Cavalieri) portò questo possesso nel patrimonio monastico dal quale passò per vendita nell’anno stesso in Antonio di Domenico Sambuchini. Piero Sambuchini lo alienò nel 1608 a Baccio di Carlo Segni dal quale lo acquistava nel 1611 Lorenzo di Giovan Battista Ulivi dimorante a Loreto, per rivenderlo nel 1637 a Simone di Girolamo Arrighi. Gli Arrighi abbellirono ed ampliarono l’antica villa che essi posseggono tuttora insieme ad un’estesa tenuta.

 

1965 G. Lenzi Orlandi - L’Arrigo / Malenotti - Classicamente costruita secondo lo schema tradizionale sul giardino a terrazza sorretto dal muraglione a retta, per quanto trasandata conserva la grandiosità dell’architettura signorile cinquecentesca. L’ottocento l’ha immiserita e circondata dei soliti alberi alla moda, è piena di gente che l’ha invasa ed efficacemente coopera alla sua distruzione. Sulla terrazza dalla quale si domina il panorama, un cedro argenteo che ombreggiava è seccato, questa pianta esotica ed esosa, cara al gusto della seconda metà dell’ottocento afflitta dalle manie botaniche, accresce il senso di tristezza e d’abbandono con i suoi rami irrigiditi. Un certo Tommaso di Tommasa, caciaiolo, possedeva quassù un palagetto nel 1427 che sua figlia Maria Maddalena portò in dote a Bartolommeo di Bernardo Doffi che aveva casa in piazza di Santa Croce. I suoi successori crearono la villa che nel 1565 Alessandro di Tommaso Doffi, quando prese i voti, portò al monastero dei frieri cavalieri di San Giovanni. Il monastero lo vendé nell’anno stesso a Piero Sambuchini che nel 1608 lo rivendé a Baccio di Carlo Segni. Nel 1611 l’acquistò Giovan Battista Ulivi che abitava a Loreto e che lo cedette nel 1637 a Simone di Girolamo Arrighi. Una lapide nell’impoverito cortile, ricorda i restauri di fra’ Alberto di Girolamo Arrighi alla casa paterna nel 1695. I suoi successori la possedevano ancora ai primi del novecento.

 

1990 D. Lamberini / I. Bigazzi - G. Contorni - Villa L'Arrigo - Via dell'Arrigo - Lungo via dell'Arrigo si incontra, all'incrocio con via delle Croci, la villa L'Arrigo, in posizione alta sul colle a dominare la valle dell'Arno.

Appartenuta nel 1427 a Tommaso di Tommaso caciaiolo, fu portata in dote dalla figlia Maddalena a Bernardo Doffi. I Doffi ampliarono la casa, che nel 1565 passò ai frati di San Giovanni dei Cavalieri, nel cui convento un membro della famiglia, Alessandro, aveva preso i voti. Numerosi altri passaggi di proprietà si ebbero fino al 1637, quando divennero proprietari gli Arrighi, secondo quanto dice il Carocci.

Queste notizie sono smentite da una lapide marmorea murata nei cortile della villa, che ci informa che Alberto Arrighi, cavaliere gerosolimitano, restaurò e ampliò questa casa, facente parte dei possedimenti paterni, nel 1595. Dagli Arrighi negli anni venti del nostro secolo la villa passò ai Malenotti (ndr. nonno materno di Nino Rodolico), che la possiedono tuttora.

La costruzione si erge sopra un alto muraglione rettangolare, in guisa quasi di fortificazione, al cui spigolo nord, proprio dove la strada descrive una curva, è apposto uno stemma in pietra degli Arrighi. L'ingresso è da via delle Croci, dove un cancello immette in un giardino anteriore su cui prospetta un corpo di fabbrica aperto al centro da una loggia a tre valichi coperti a botte; ai lati sono due finestre inginocchiate. Da qui si entra nel cuore del complesso, un cortile rettangolare dall'aspetto semplice e spoglio, dove, sopra l'ingresso del corpo centrale, è murata la lapide ricordata. Entrati nella villa si accede a un corridoio dove è collocato un «cartellone stemmato» in legno dipinto con stemma Arrighi a destra, e altro stemma con cane rampante, non identificato, a sinistra. In una delle sale è un bel tavolo con piano in marmo bianco intarsiato di marmo nero, con l'arme degli Arrighi in lapislazzulo al centro. In un'altra stanza, detta la sala rossa, il soffitto è decorato a ghirlande di fiorì su fondo rosa. La parte più interessante della villa è tuttavia costituita da quella che, per le imponenti murature di circa un metro di spessore, doveva essere una torre o struttura fortificata. Inglobata nella successiva costruzione, è stata utilizzata per collocarvi la scala di accesso ai piani superiori, che si articola su tre rampe addossate ai muri portanti e presenta bella balaustrata in pietra. La torre emerge dalla costruzione con una merlatura che, insieme alla scala di legno di accesso alla sommità e a una loggetta affacciato verso il cortile, è frutto di restauri eseguiti nel nostro secolo.

La facciata della villa verso valle ha un portale di accesso ad arco con bozze di pietra e stemma Arrighi nel concio di chiave. Qui ci si affaccia sulla terrazza-giardino da cui il panorama è incomparabile per la vastità.

Sotto alla villa e alla terrazza si estendono le vaste cantine, con volte a botte unghiate in mattoni, e alcune gallerie sotterranee che si vuole congiungessero L'Arrigo con il castello di Mosciano.

La strada provinciale n. 98 di Scandicci che proviene dal Vingone, dopo Macinuzze e Perticuzzo giunge al bivio fra la via dell'Arrigo e la via di Mosciano; qui è una strana costruzione a forma di pagoda, ora adibita a ristorante, il cui impianto sarebbe dovuto a un membro della famiglia Arrighi, proprietario della villa e dei terreni circostanti fino agli anni venti, che di ritorno da un viaggio in Cina volle tramandare il ricordo delle architetture là visitate.